Così lo Stato combatte la violenza sulle donne

Si stanziano decine e decine di milioni di euro per la lotta contro la violenza sulle donne. Poi, di fatto, si realizzano ben poche condizioni che consentano alle donne di uscire, se non altro, dalla situazione di emergenza.
Certo il problema è grande, così grande da lasciare lo Stato in panne. E non parlo dello Stato come organo politico, ma come potere giudiziario.
Alcune sentenze degli ultimi giorni lasciano davvero perplessi e sconvolti.
Sembra che lo Stato si chieda: cosa posso fare io? Se un uomo ha deciso di uccidere, non serve neanche stanziare tutti quei fondi! A che serve tutto quel denaro? E non serve neanche denunciare. A cosa serve una denuncia? Una a niente. Forse è meglio denunciare due volte? Non serve ugualmente! Allora proviamo con tre, cinque, dieci denunce. Inascoltate. Non ne sono servite neanche 12!
Ma cosa può fare, in fondo, lo Stato di fronte a certe morti annunciate? Assistere. Inerte.
Tanto, dopo, si celebrerà il processo che finalmente farà giustizia e comminerà l’equa pena che va inflitta agli omicidi ristabilendo, in tal modo, l’ordine sociale. A meno che, però, l’assassino non chieda il rito abbreviato, così fa un bel piacere allo Stato che può economizzare sulla durata dei processi. Poi, se proprio era arrabbiato e in preda a tempeste emotive, un altro sconticino di pena glielo si può pure concedere, suvvia! In barba anche a quel che prescrive il codice penale. Poi magari in carcere lui sta pure buono e gli si può dare qualche premio in più. Eh, sì: perché in carcere non è un dovere la buona condotta. È solo un’opzione: chi la sceglie viene premiato. E tra qualche annetto passa tutto.
Quelle donne, quelle figlie, quelle mamme, però, non ci sono più.
Lo Stato e la violenza sulle donne?
E’ inaugurata la stagione della licenza di uccidere.
 

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